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Intervento normativo in tema di diffamazione online

14/04/2014

Serve un intervento normativo in tema di diffamazione online, 14/04/2014

By In OSSERVATORIO LEGALE On April 24, 2014


DIFFAMAZIONE ATTRAVERSO I MEZZI DI COMUNICAZIONE ELETTRONICA: SEMPRE PIU’ URGENTE UN INTERVENTO NORMATIVO

Lo scorso 8 aprile nel corso della discussione al Senato, in sede referente, del DDL S1119 in materia di diffamazione, il Sen. Casson (PD) ha chiesto al Presidente della Commissione Permanente Giustizia di volere sollecitare il parere della Commissione Bilancio, necessaria per il prosieguo dell’iter legislativo, dal momento che “si tratta di un intervento legislativo di indubbia importanza, la cui adozione è invocata anche a livello europeo e richiesta con urgenza dagli operatori dell’informazione”.

In effetti, a seguito dell’approvazione del DDL C-925 dal medesimo titolo, trasmesso al Senato per la conversione in legge il 18 ottobre 2013, non vi è stato un vero progresso nell’iter del disegno di legge in argomento che, per il suo contenuto, non sembra essere del tutto allineato alle normative degli altri Paesi dell’Unione Europea nel trattamento giuridico degli atti di diffamazione o delle comunicazioni inveritiere, siano esso commessi con i mezzi di stampa tradizionali, che attraverso la rete telematica.

La nuovo disciplina, infatti, pur facendo un ampio ricorso a strumenti – come la rettifica – che consentono di evitare l’applicazione di sanzioni penali nei confronti dei giornalisti e, più in generale, dei soggetti che comunicano al pubblico messaggi dal contenuto illecito, in quanto posti in essere a danno dell’onore e della reputazione delle persone criticate, siano esse fisiche o giuridiche, non ha finora sottratto totalmente tali comportamenti dalla rubrica dei reati, limitandosi a trasformare la sanzione della reclusione, attualmente prevista, in quella della multa.

La vigente disciplina giuridica della diffamazione che contempla la pena della reclusione per la diffamazione, comporta quindi che, fatti del medesimo genere, posti in essere attraverso la rete telematica in differenti località del globo, siano trattati diversamente dai giudici di alcune nazioni, rispetto agli standard fissati in altri Paesi, di talché si provocano ostacoli alla circolazione delle idee e degli scritti, oltre che si limita la libertà di espressione attraverso gli atti di comunicazione elettronica, soprattutto in ambito giornalistico, ove le imprese multinazionali sono meno invogliate a creare nuove redazioni in un Paese che applica pene esagerate per gli atti considerati diffamatori.

Nel mentre il nostro Parlamento, anche per le pressioni operate dalla Commissione della UE, sta elaborando un testo di legge, con taluni importanti emendamenti approvati, da varare al più presto, ci troviamo oggi di fronte a centinaia di procedimenti penali pendenti per asserite (e molto spesso assai poco fondate) violazioni delle norme sulla diffamazione a mezzo della stampa ed i giudici stanno affrontando questo ingente carico con impegno e con molta aderenza alla realtà storica del momento.

In questa materia, dopo la decisione in sede civile del Tribunale di Milano (24 marzo 2011) nel caso del motore di ricerca Google che abbinava il nome di un imprenditore al termine offensivo di “truffa” o “truffatore”, con cui la Corte ha ordinato al fornitore di servizi on-line di rimuovere tale associazione dall’algoritmo di ricerca del server, in base alle norme sull’e-commerce e di risarcire il danneggiato per la lesione subita al suo onore ed alla sua reputazione, nuove fattispecie sono venute alla ribalta della cronaca.

In particolare, di recente è stato dato significativo rilievo ad un fatto che merita di essere ricordato più per il soggetto che lo ha posto in essere, un militare in servizio, che per la condanna per diffamazione che gli è stata confermata dalla Corte di Cassazione, I sezione Penale, con sentenza n. 13604/14 del 24 marzo 2014.

I fatti sono noti: l’imputato aveva pubblicato sul proprio profilo sul social network “Facebook”, alcuni scritti denigratori di taluni soggetti facilmente individuabili, relativamente a trattamenti di favore che il titolare della pagina web aveva attribuito ad essi, successivamente costituitisi quali parti lese del procedimento penale instaurato nei suoi confronti dinanzi al Tribunale Militare, la cui sentenza di condanna in primo grado era stata altresì confermata dalla Corte Militare d’Appello in data 28 dicembre 2012.

La Corte di Cassazione, nell’esaminare il gravame, ha ritenuto che la lesione causata ai soggetti diffamati, attraverso Facebook, in un contesto di contenuti diretti principalmente ai militari della banda musicale cui apparteneva l’indagato, non fosse meritevole di accoglimento, dal momento che le affermazioni contenute nei “post” pubblicati sulla rete internet travalicavano la mera critica dei fatti richiamati, assumendo invece connotazioni di vera e propria irrisione.

Dato atto di questa vicenda che presenta connotazioni di ovvietà, non possiamo – in chiusura di questa breve nota – non ricordare che il limite fra libertà di espressione ed il rispetto dell’altrui persona, comprensiva delle sue componenti inscindibili dell’onore e della reputazione, è assai sottile e che un errore quale quello posto in essere dal militare di cui si è occupata di recente la Suprema Corte, può portare a conseguenze che si pagano a caro prezzo.

Avv. Luciano Daffarra