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La mannaia fiscale si abbatte sui trust di partecipazioni salvi i trust di natura commerciale.

16/12/2014

La mannaia fiscale si abbatte sui trust di partecipazioni salvi i trust di natura commerciale, 16/12/2014

By In OSSERVATORIO LEGALE On December 15, 2014


Il trust è uno strumento ormai largamente utilizzato in Italia anche in ambito societario. Non è più raro infatti che il trust sia chiamato a detenere partecipazioni di società o a garantire un più idoneo e dinamico passaggio generazionale, vedi il caso recente dell’imprenditore italiano Brunello Cucinelli, che come è noto ha istituito un trust per consentire alle figlie una continuità all’impresa e alla filosofia cui essa è improntata. Tale prassi ha permesso altresì lo sviluppo dell’istituto anche in luogo di patti parasociali per garantire l’uniforme controllo societario anche in contesti di stallo decisionale o litigiosità tra i soci.

In tale contesto, il comma 21 dell’art.44 della Legge di Stabilità in discussione in questi giorni – in attuazione alla legge delega 80 del 2003, che prevedeva l’inclusione di tali enti tra i soggetti passivi dell’Ire, insieme con le persone fisiche, senza però applicare il criterio della progressività dell’imposizione – potrà fortemente limitarne l’utilizzo incrementando dal 5% al 77,74% la base imponibile per la tassazione dei dividendi percepiti dai trust societari.

Vale la pena fare chiarezza quindi partendo da una considerazione di fondo: esiste una macro differenza tra il trattamento fiscale dei cosiddetti trust opachi rispetto a quelli trasparenti. In particolare, il trust opaco si ha in assenza di un “beneficiario” del reddito ben individuato nell’atto istitutivo, sicché il trust si configura come soggetto passivo d’imposta. Essendo qualificato quale ente non commerciale, ad oggi può ancora escludere dal concorso alla formazione del proprio reddito complessivo di socio, il 95% dell’ammontare degli utili di partecipazione o assimilati, con l’effetto di assoggettare ad imposta con aliquota effettiva dell’1,375% l’intero ammontare di dividendi distribuiti da società od enti italiani od esteri.

Per contro, il trust “trasparente” prevede l’espressa individuazione del beneficiario del reddito inputandovi per trasparenza e direttamente i relativi effetti fiscali e costringe a concorrere al reddito complessivo gli utili da partecipazione percepiti in misura pari al 5% del relativo ammontare, imputando il reddito così determinato ai beneficiari individuati, in proporzione alle quote loro spettanti. Per i soggetti IRPEF, la misura del prelievo effettivo, senza tenere conto delle addizionali regionali e comunali, ammonta così ad un massimo del 2,15% del dividendo distribuito sulla base della formula 43% su 5%.

Il comma 21 dell’art.44 della Legge di Stabilità, ed è qui la vera “mannaia fiscale”, porta alla sostituzione della percentuale di esenzione dalla base imponibile del “95%” con quella del 22,26% con l’effetto di rideterminare la base imponibile dal precedente 5% al 77,74%. Ciò implicherà che per i trust opachi dall’attuale 1,375% di imposizione sui dividendi si passerà al 21,37% (27,5% di IRES sul 5% del dividendo), quanto invece ai trust trasparenti, la tassazione in capo ai beneficiari del trust persone fisiche salirà dall’attuale 2,15% al 33,43% (43% di IRPEF sul 77,74% del dividendo). Pertanto, la scelta tra l’istituzione di un trust opaco rispetto ad un trust trasparente sarà di gran lunga più importante che nel passato in considerazione del 12% di differenza in termini di imposizione.

Non solo ma avrà ancora più importanza la scelta di orientare l’istituzione del trust verso la tipologia del trust commerciale rispetto a quello non commerciale in quanto per la prima tipologia (trust commerciale) resterebbe ancora applicabile la riduzione della base imponibile al 5% in luogo di quella incrementata in base alla suddetta legge di modifica.

Resta dunque fondamentale comprendere cosa debba intendersi per trust commerciali. In primo luogo, tale analisi non può prescindere dall’identificazione dell’attività che deve svolgere il trustee così come indicato all’interno dell’atto istitutivo di trust e nella specifica legge straniera a cui si è fatto riferimento per l’istituzione del trust. E’ infatti in questo documento che, generalmente, si rinvengono sia le finalità (nel caso di trust familiare) che lo scopo (nel caso di trust di scopo) che governano l’agire del trustee e dalle quali può desumersi in astratto se l’attività concretamente posta in essere sarà da considerarsi commerciale o meno. Il discrimine è dunque rappresentato dall’esercizio di un’attività che abbia i requisiti tipici dell’impresa, ossia l’esercizio di un’attività economica, la professionalità e la stabilità dell’organizzazione di beni e mezzi. Sarà dunque ancora possibile che un trust che detiene partecipazioni, se opportunamente strutturato, possa continuare a beneficiare della riduzione al 5% della base imponibile ai fini IRES.

Avv. Salvatore di Salvatore, DDR Trust